I sindaci di New York, Parigi e Londra hanno scritto un appello in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite in corso a New York, il cui tema principale è la crisi dei rifugiati. La lettera di Bill de Blasio, Anne Hidalgo e Sadiq Khan, titolo “Our Immigrants, Our Strength” è stata pubblicata ieri da The New York Times e oggi da Repubblica, titolo “I nostri immigrati sono la nostra forza“.

I tre sindaci chiedono ai leader mondiali di adottare “misure decise per garantire soccorso e un rifugio sicuro ai profughi in fuga dai conflitti e ai migranti in fuga dalla miseria, e sostenere coloro che questo lavoro lo stanno già facendo”, di evitare l’equazione immigrati-terrorismo e di sostenere misure inclusive. A sostegno delle loro richieste, portano l’esempio di quanto già fatto da loro stessi nelle città che amministrano. Nessun sindaco, o sindaca, di Roma avrebbe potuto scrivere, o sottoscrivere, una simile lettera.

Sorvolando sulle azioni, proposte e richieste dell’Italia in sede europea, che occupano le cronache di questi giorni, l’attenzione cade su una via della Capitale: via Cupa, dove da molti mesi si raggrumano persone dalle più diverse provenienze in cerca di un futuro, in fuga dai conflitti e dalla miseria. Assistiti da cittadini e volontari nella più completa indifferenza istituzionale (con l’esclusione delle forze dell’ordine).

La storia del Baobab di Roma ha dell’incredibile. Una mobilitazione civile mai vista, una solidarietà organizzata invidiabile, che infatti ha attirato l’attenzione di molti media italiani e internazionali, disprezzata e abbandonata. A via Cupa è arrivato l’inverno, in tutti i sensi.

Sgomberati dallo stabile di via Cupa (tuttora vuoto) quando sindaco era Ignazio Marino, poi ingannati dal prefetto Francesco Paolo Tronca, che prima aveva promesso la ricerca di una soluzione alle persone che ormai stavano accampate in strada e poi si era fatto di nebbia, ora ignorati dall’attuale sindaca Virginia Raggi, che si è dichiarata “non in grado di intervenire“.

Questa la storia in breve di chi oggi battaglia con la pioggia che inzuppa tutto, con il divieto di montare docce e altri presidi sanitari, con la mancanza di un posto dove poter immagazzinare i beni donati dai cittadini e di poter preparare degnamente i pasti per gli ospiti. Per offrire quelli che dovrebbero essere considerati diritti di base: prima accoglienza, assistenza socio-sanitaria e informazioni e orientamento al diritto d’asilo.

La struttura, o meglio l’organizzazione visto che una struttura non c’è più, non è così dissimile da quanto già si fa a New York, Parigi e Londra. Ma anche a Milano. Città che vengono infatti citate dai volontari del Baobab. Tutto questo a Roma non si è fatto, non si fa e non si farà. Nonostante il posto non manchi: l’ex Ittiogenico sarebbe idoneo e auspicabile. Quello che manca è innanzitutto la volontà politica.

Continueranno i controlli di Polizia, al Baobab, con azioni che umanitarie non sono. E l’ultima notizia, anche questa di oggi, è che per un mese la Questura di Roma non accoglierà nuove richieste di asilo fino al 21 ottobre, per poter smaltire le pratiche pregresse ancora sul tavolo (finora c’è stato il limite di 20 domande al giorno, evidentemente troppe per la Capitale d’Italia).

No, nessuno avrebbe potuto firmare quella lettera. Speriamo almeno che qualcuno la legga.

Nota: a via Cupa lavorano, sostenuti da una marea di cittadini, i volontari di Baobab Experience e di MEDU Medici per i Diritti umani, due associazioni che Fortee sostiene, nel suo piccolo, da un anno, con gli autori AkaB e Guido Volpi (cliccate sui link e trovate le magliette).

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