Ogni delitto ha più vittime di quel che sembra. Un femminicidio è uccisione di una donna, e questa donna è spesso madre. Di figli che spesso perdono anche il padre, suicida dopo l’omicidio. Chi pensa a questi figli, a queste figlie?

 

Dal 2000 a oggi si contano 1628 orfani di femminicidio. Negli ultimi tre anni se ne sono contati 417, dei quali 180 minori. Solo il 20% di queste vittime ha potuto essere sostenuto da un percorso psicologico. Solo il 2% delle famiglie colpite da un femminicidio ha ottenuto dallo Stato un sostegno economico. Dati che sono stati illustrati alla Camera dei Deputati il 21 settembre scorso, nel convegno “Switch off”, titolo di una ricerca europea, organizzato da D.i.Re Donne in rete contro la violenza.

I familiari di questi “orfani speciali”, così sono chiamati, si devono accollare anche le spese mediche, quelle logistiche, ovviamente gli avvocati e tutte le conseguenze che un simile reato porta con sé. Nella maggioranza dei casi i familiari sono i nonni. Cioè quelli che nella tragedia hanno perso una figlia, o un figlio. Il 75% di chi se ne prende cura ha difficoltà di gestione e carenza di supporto psicologico, e il 19% ha anche difficoltà economiche.

In Italia nessuno si prende cura delle seconde vittime dei femminicidi. Non ci sono fondi o progetti istituzionali di intervento. “Occorre una legge che li tuteli, e l’istituzione di un fondo statale, come già accade per le vittime di terrorismo e mafia”, dice Anna Costanza Baldry, psicologa e criminologa, che grazie al progetto Switch-off ha fatto far emergere in Italia la tragedia degli orfani di tali delitti.

«Non mi vengono garantite pari opportunità rispetto agli altri ragazzi vittime di attentati terroristici, mafiosi o anche di attentati contro l’ambiente come l’inquinamento d’amianto. Io sinceramente non mi spiego perché chi ha perso i genitori in una faida mafiosa o in una fabbrica divorata dall’amianto possa essere aiutato economicamente dal nostro Paese e io no». Sono parole di Nancy Mensa, primogenita di una giovane donna, uccisa nel 2013 dal padre poi suicida, che per difendere i diritti suoi, di sua sorella e del fratellino ha deciso di fare causa allo Stato.

Perché lo Stato dovrebbe intervenire. Come accade in tutti gli altri Paesi europei, e non solo per le vittime dei femminicidi, ma per tutte le vittime di reati violenti in cui gli autori dei reati non possono risarcire le vittime. Per evitare che a danno si sommi danno, a lutto, lutto, a dolore, dolore. Ma da molti anni ormai l’Italia nega questi diritti. E infatti contro l’Italia è aperta una procedura europea di infrazione.

Per i tre giovani figli (5, 8 e 12 anni) del dermatologo che una settimana fa ha ucciso la moglie a bastonate le cose potrebbero però andare diversamente. Non perché figli di una famiglia facoltosa, ma perché il delitto è accaduto a Ravenna. Dove in questi casi interviene la Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati violenti. Che non si occupa solo di femminicidi, ma per un terzo dei casi in cui interviene le vittime del reato sono donne. Perché uccise o perché costrette alla fuga. Casi in cui spesso ci sono figli coinvolti.

La Fondazione è nata nel 2004, il suo artefice e attuale presidente onorario è il giornalista Sergio Zavoli. Finora è stata sostenuta dalle istituzioni locali, Comuni e Province: con il venir meno di queste ultime le sue risorse si sono di molto ridotte. Oggi è aperta anche alle donazioni di privati. Qui e qui si possono leggere due articoli che raccontano la sua storia e le sue azioni, e la situazione italiana nella quale agisce.

Qui invece si può leggere la testimonianza dei parenti affidatari di due bimbi rimasti orfani della mamma per mano del padre, che hanno affidato a una lettera al giornale i sentimenti e la cronaca di una situazione molto, molto difficile.

Fortee sostiene la Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati violenti con la t-shirt di Riccardo Mannelli.

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